Nomi

 
Qual è la parola per dire che non si hanno più sentimenti
negativi verso chi ti ha ferito?
Perdono, mi hanno risposto. Ma io volevo, al contrario, parlare
del rancore.
Questo è stato l’inizio e può valere come esempio.
Ogni giorno c’è una parola nuova di cui non ricordo il senso
e il cui suono tintinna un motivo percepito a brani
familiare una volta, ora perduto.
La sua luce abituale cade. Di colpo non importa,
provo rancore, perdono chi prova rancore, mi perdono?
C’è un alfabeto incomprensibile, un linguaggio dimenticato.
I nomi ruotano privi della loro materia fin dal mattino.
Come chiamare la stoffa bianca che il vento muove davanti
alla vetrata?
Tenda, tende. Il riso mi si annida in gola.
Lei, cioè io, tende a cosa?
Qui so rispondere: tendo alla terza persona
alla grazia sperimentata una volta sola
di un dolore sdoppiato e spinto fuori
poi fissato, ascoltato perfino nello scroscio delle lacrime
ma da un’altra me stessa
capace di lasciare la sua vecchia pelle sulla terra.

Giudica tu ora chi parla:
“I nomi la confondono eppure la sua attenzione si è moltiplicata, lo sguardo si è fatto prensile, capace di rischiarare il pensiero: vai verso la morte. E mentre nota la macchia di oleandro contro l’edera ecco il secondo pensiero: come guardare meglio, come raccogliere quel dettato dal silenzio. E mentre resta immobile ecco il terzo, ultimo pensiero: può sopportare la perdita, può non catturare”.

 

Antonella Anedda

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

viale_o

 

Ascolta, un viale avevo
di sterminate rose
da guardare la sera,
cieli di viole
che l’edera rampava a grandi tele,
avevo corde amorose.
E guarda adesso
com’è tutto raccolto in un mirino,
che finalmente la mia strada ho perso
nel mondo delle cose
e mi sento salire rami nuovi
e il cielo ce l’ho steso sulle dita
e amo, e mi rinchiudo
tutta nella vita.

 

Silvia Bre

A Robert Lowell

~Through the window~

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“C’è un gatto dietro le sbarre della mia finestra
(come un’ombra dissimulando una libertà provvisoria)
dentro il dentro, ché fuori non esiste se non qui
qui è fuori, l’altrove che si pensa ma non si tocca
quando poi il gatto corre via, e la sbarra si assottiglia
come l’occhio sulla forma, fugge via per non vederla

 

Antonio  Bux

Quando

 

Quando si spegne il tramonto e si accende dentro di noi la vecchia lampada
e tutte le voci mutano dall’ira alla tristezza
e dal sobborgo se ne vanno i fruttivendoli ambulanti,
gli arrotini, le erbivendole, gli ombrellai, allora
dal pozzo della corte escono le lumache
in doppia fila, e sopra i pubblici orinatoi
resta il cielo di un blu profondo, completamente immobile,
inchiodato solo da una stella arrugginita.

Jannis Ritsos

Silvia Bre

lonely-child1

Come è duro salvarti
rinchiuso nella stanza celeste a girare col vento

il buio qui consuma
nel suo nero totale ci riporta
vicini al grande giusto del nulla

ma edifico con te quest’atmosfera d’ombra
un aprirsi ogni volta più cieco
mio il ritmo
tuo il vuoto
tu che mi tieni in vita
io che ti tengo

 

Silvia Bre

Antonella Anedda, poesie inedite

Bambini
I
Sognai la nostra voce e un’altra voce più forte che colpiva.
Sapevo che era morta e si sforzava di esistere e lottare.
Chiamai i rumori, quelli più familiari, l’urtare di due sedie,
il tintinnio dei piatti sul vassoio e gli animali
(solo questi, da fiaba):
volpi, linci e lupi perché ci proteggessero.
Venisse un gatto almeno, senza grida,
miracolosamente non umano.
La casa era perfetta, gialla, pulita dentro il sole
con lampadari a gocce e in ogni goccia si specchiava il nostro lavoro di bambini: scuotere dalla tovaglia la paura insieme alle briciole del pane, fare un orlo al dolore, posarlo sul mucchio dei panni da stirare.
Solo così, credo, imparammo ad amare ciò che appare,
gli oggetti senza colpa, un parafango, il fango stesso
se preso da una mite angolatura verso il sole
e il mondo senza sangue dei balconi con le piante annaffiate.
Contro il tempo trovammo l’arte dello spazio
la precisione che permette alla mente di affondare.

                                                 *
Ancora ti svegli con un brandello di futuro (forse, forse
dice la trave nella luce mattutina)
ancora pensi a una scaglia di amore (forse, forse
dice vagando per la stanza la luce mattutina)
Ancora hai la forza di pensare tutto questo
e il silenzio ti cura, la solitudine splende
con gli avanzi del cibo su cui si posa il cielo.

Antonella Anedda

Migranti, una triste infinita storia

 

 

 

 

Aylan

Fino a che non ha avuto nome, era
una creatura spenta sulla riva.
Non aveva né colpe né ragioni
per partire, ma gli innocenti seguono
i grandi e mesti flussi della notte.
Chi lo solleva vede che non pesa
se non quel tanto che fa male al petto,
il suo nome si riempie di stupore
un nome aperto, un nome d’aria e vento
che anche disfatto illumina la mente.
Colui che muore da semplice fiore
non finisce di dire:
ma guarda che ti cresca la pazienza
di abbracciarlo in ciascuno
che viene, sconosciuto, per un nido.

Daniele Piccini

 

 

 

 

 

Da Madre d’inverno di Vivian Lamarque

 

Per chi ha vegliato una notte una madre

 

Altro che la visione delle immacolate
vette dell’Himalaya, altro che le meraviglie
dei vulcani in ripresa d’attività, altro
che da una sponda osservare le maestose
cascate come nel film Niagara

affacciata alla sponda del tuo letto d’ospedale
la visione della candida collina del lenzuolo
che faticosi respiri fanno sollevare
abbassare sollevare, nella bianca camicia
un ricamo trasale, trema un bottone
di madreperla in precario equilibrio
quieto luccica il termometro
sul comodino posato e luccica
come un’aurora un tramonto il rosa
della flebo e nel sacchetto l’oro
dell’urina e lo scialle bianco fa la collina
coperta di neve tanta neve infatti
stai cercando di formare la frase senti che
freddo qui che freddo che fa?